Ci sono libri che entrano nella tua vita in punta di piedi e altri che, senza preavviso, ti prendono per mano e ti trascinano dentro il loro mondo. Cercando Phoebe di Gavin Extence, per me, è stato uno di questi. Un romanzo che sa di mare e di isole remote, di routine rassicuranti e di cambiamenti inaspettati, di bugie difficili da raccontare e verità ancora più difficili da accettare.
Ma soprattutto, è un libro che parla di una ragazza autistica con una voce nuova e autentica . Phoebe non è la solita protagonista brillante ma socialmente goffa che Hollywood – e i media, in generale – ci hanno abituati a vedere. Non è un genio dei numeri né una macchina priva di emozioni. È semplicemente Phoebe: con le sue routine, il suo border collie Gladys, il suo romanzo fantasy nel cassetto e il desiderio di attraversare la scuola indenne, senza troppo rumore. Ed è anche un romanzo young adult che, con delicatezza e intelligenza, rompe schemi e pregiudizi, aprendo nuove strade nel genere.
Ma cosa rende questo libro davvero speciale? Perché la sua protagonista rappresenta una novità importante nella letteratura contemporanea – e in particolare in quella rivolta ai giovani adulti? E in che modo si inserisce nel discorso, sempre più urgente, sulla rappresentazione dell’autismo nei media?
Proviamo a scoprirlo, una pagina alla volta.
Il mondo visto da Phoebe
Avviso per i lettori: alcuni dettagli della trama verranno rivelati, necessari per raccontarvi perché questa storia è così importante.
Phoebe vive su un’isola: un piccolo villaggio sospeso tra cielo e mare, dove la vita scorre tranquilla tra maree prevedibili, cani fedeli e routine ben collaudate. E a Phoebe sta bene così. Ama le cose che non cambiano, quelle che può controllare: le passeggiate con Gladys, il suo romanzo fantasy in lavorazione, il comfort delle maratone di Game of Thrones quando il mondo là fuori si fa troppo rumoroso. L’inizio della scuola non è qualcosa che attende con trepidazione. Il suo piano è chiaro: passare inosservata, ridurre le interazioni sociali al minimo, evitare situazioni impreviste. Solo che la vita – e gli amici – non sempre rispettano i piani. E questo, per una persona neurodivergente, può essere parecchio frustrante.

Un giorno, Bethany – la sua migliore nonché unica amica – le chiede un favore che sembra impossibile: coprirla mentre si vede di nascosto con il suo nuovo ragazzo. Phoebe sa che mentire non è il suo forte. Le regole sono lì per essere seguite, i segreti sono un terreno scivoloso e la logica non sempre riesce a spiegare perché le persone facciano scelte così complicate. Ma Bethany è la sua amica, e per un’amica si può provare a fare un’eccezione.
Solo che quell’eccezione diventa un domino di eventi che la travolgono. Un cambio di look improvviso, dinamiche inattese nel club di scacchi, bugie sempre più difficili da tenere in piedi. E poi, la notizia che cambia tutto: Bethany è incinta. Il tempo delle scelte è arrivato, e Phoebe si ritrova, suo malgrado, a dover affrontare una realtà che non ha mai contemplato nei suoi schemi.
Ma non è solo Bethany a essere cambiata. Anche Phoebe, nel bel mezzo di questo caos, inizia a scoprire parti di sé che non aveva mai esplorato. Perché, a volte, uscire dalla propria zona di comfort non significa perdersi, ma piuttosto riscoprirsi in modi inaspettati.
Phoebe: una protagonista autistica fuori dagli stereotipi
Se c’è una cosa che Cercando Phoebe fa alla perfezione, è dare voce a un personaggio neurodivergente senza filtri, senza stereotipi, senza forzature. Phoebe è autistica, sì, ma non nel modo in cui troppe narrazioni ci hanno abituati a vedere. Non è un genio della matematica, non è un robot privo di emozioni, non è il classico personaggio che esiste solo in funzione della sua neurodivergenza. È semplicemente Phoebe. E questo è il suo più grande punto di forza.
Phoebe vive il mondo a modo suo. Le parole non sempre vengono fuori nel modo “socialmente accettato”, le situazioni sociali sono spesso un campo minato e le emozioni degli altri a volte sembrano scritte in una lingua incomprensibile. Ma questo non significa che Phoebe, così come qualsiasi persona autistica, sia insensibile. Anzi: il suo modo di amare, di preoccuparsi, di essere amica è profondo e autentico, anche se diverso (di nuovo) da quello che la società si aspetterebbe da lei.

In un panorama narrativo che ha spesso relegato l’autismo a personaggi maschili – e spesso secondo un modello stereotipato e rigido – Phoebe rappresenta qualcosa di raro e prezioso: una ragazza autistica con una voce vera, sfumata, che non è definita solo dalla sua condizione, ma da tutto ciò che la rende se stessa. E la forza del romanzo sta proprio qui: nel raccontare la neurodivergenza non come un limite, tantomeno come una malattia, ma come una lente attraverso cui guardare il mondo, un modo diverso – ma non per questo sbagliato – di esistere e vivere. Una lente diversa, divergente, ma non per questo meno valida o meno degna di essere raccontata.
Un romanzo che parla di scelte, identità e libertà
Cercando Phoebe è un romanzo che non ha paura di affrontare temi complessi. Lo fa con delicatezza, senza mai risultare didascalico, lasciando spazio ai personaggi di respirare, sbagliare, crescere. È una storia di amicizia, di scoperta, ma anche di scelte difficili.
La gravidanza di Bethany è uno di quei momenti in cui il tempo si ferma. Phoebe, che costruisce il suo mondo su regole precise, si ritrova improvvisamente di fronte a una realtà che non può essere incasellata. Una decisione che appartiene solo a Bethany, ma che la società intorno a loro è pronta a giudicare, a complicare, a trasformare in un campo di battaglia morale.
E poi c’è la questione dell’identità. Non solo l’identità neurodivergente, ma anche quella sessuale e spirituale. Il romanzo affronta con naturalezza il questioning di Phoebe, senza forzare etichette, senza bisogno di definire tutto subito. C’è spazio per la confusione, per il dubbio, per la ricerca. Perché crescere è anche questo: non avere tutte le risposte, ma permettersi di cercarle.
E in tutto questo c’è una grande lezione di libertà. Libertà di scegliere per se stessi, libertà di esplorare senza paura, libertà di essere chi si è, anche quando il mondo ti dice che dovresti essere qualcos’altro. Cercando Phoebe è un romanzo che dà spazio al silenzio, alla complessità, alla verità delle emozioni. E in un mondo che spesso ha bisogno di risposte rapide e certezze comode, Phoebe ci ricorda che va bene anche non avere tutto chiaro. Va bene essere in cammino.
La rappresentazione dell’autismo nei media: tra stereotipi e nuove narrazioni
Per anni, l’autismo è stato raccontato nei libri, nei film e nelle serie TV attraverso lenti distorte, spesso riduttive. Il genio incompreso, il matematico brillante ma socialmente inetto, il personaggio “strano” che fatica a provare emozioni e privo di qualsivoglia forma di empatia. Troppe storie hanno dipinto la neurodivergenza come un’eccezione strumentale alla trama, un espediente narrativo più che una reale esperienza umana. E al contempo, troppe storie hanno voluto raccontare l’autismo ma l’hanno fatto in modo incompleto, fuorviante, a volte addirittura dannoso.
Ecco perché Cercando Phoebe è così importante. Perché qui l’autismo non è un tratto accessorio, non è un’etichetta per rendere il personaggio più “interessante” agli occhi del pubblico. È parte integrante di chi è Phoebe, della sua quotidianità, delle sue emozioni, del suo modo di stare al mondo. E viene raccontato con autenticità, con sfumature, senza bisogno di giustificazioni o spiegazioni eccessive, ma con l’accuratezza necessaria a non cadere in tranelli stereotipanti.
Ma quanto è cambiata la rappresentazione dell’autismo nei media?
Negli ultimi anni, alcune opere hanno provato ad allontanarsi dagli stereotipi, con risultati più o meno riusciti. In letteratura, libri come Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon o Jun di Keum Suk Gendry-Kim hanno portato avanti il discorso, seppur con approcci diversi e non esenti da discussioni. Sul piccolo schermo, serie come Atypical e The Good Doctor hanno contribuito a rendere l’autismo più visibile, pur rimanendo ancorate a certe convenzioni narrative.

Ma raramente abbiamo visto protagoniste autistiche femminili. E questo è un problema, perché per anni l’autismo è stato considerato – e rappresentato – quasi esclusivamente come una condizione maschile. La realtà è che le bambine, le ragazze e le donne autistiche esistono, ma spesso vengono diagnosticate più tardi, fraintese, invisibilizzate. Vedere una protagonista come Phoebe in un romanzo YA significa iniziare a colmare questo vuoto, offrendo un punto di riferimento a chi non si è mai riconosciuto nelle narrazioni precedenti.
Cercando Phoebe non è solo un bel libro. È un passo avanti.
Perché storie come questa sono importanti
Non è solo questione di rappresentazione. Non si tratta solo di vedere più protagonisti neurodivergenti nei libri, nei film, nelle serie TV, nonostante questo sia già un passo avanti. Ma è qualcosa di più profondo: è il bisogno di sentirsi riconosciuti, di trovare storie che rispecchiano la complessità dell’esperienza umana senza ridurla a cliché.
Storie come Cercando Phoebe sono importanti perché parlano a chi non si è mai visto davvero nei libri. A chi è cresciuto sentendosi troppo o troppo poco. A chi ha imparato a mascherarsi, a conformarsi, a fingere di essere qualcun altro per adattarsi a un mondo che non sempre lascia spazio alla diversità. Ma sono importanti anche per chi neurodivergente non lo è. Perché leggere di prospettive diverse dalla propria è uno dei modi più potenti per costruire empatia, per abbattere pregiudizi, per imparare che non esiste un solo modo di essere.

E poi, alla fine, il bello di un libro come Cercando Phoebe è che non ha bisogno di “insegnare” nulla in modo didascalico. Non è un manuale, non è una lezione: per quello esistono moltissimi saggi validi e completi. È una storia, un romanzo YA godibile e coinvolgente. E forse è proprio questo il suo più grande merito: riuscire a raccontare, con cura e verità, che ogni voce merita di essere ascoltata. Anche – e soprattutto – quando è rimasta troppo a lungo in silenzio.
Tutti, in fondo, stiamo ancora cercando Phoebe
Ci sono libri che si leggono e libri che restano. Cercando Phoebe è uno di quelli che restano. Non perché abbia una trama piena di colpi di scena o un finale sconvolgente, ma perché racconta la vita con onestà, con delicatezza, con una profondità che arriva dritta al cuore.
È una storia che parla di crescita, di cambiamenti, di scelte difficili. Di come, anche quando il mondo sembra troppo caotico, ci sia sempre un modo per trovare il proprio posto. E soprattutto, è una storia che dimostra che la rappresentazione conta. Che vedere un personaggio come Phoebe – autentico, sfaccettato, umano – significa aprire nuove porte per tante persone che non si sono mai viste nei libri.
Forse, alla fine, Cercando Phoebe non è solo un titolo. Forse, in modi diversi, tutti stiamo ancora cercando noi stessi. E libri come questo ci aiutano a trovarci.
Lara







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