Oggi, 2 aprile, si celebra la Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo. Siamo stati abituati per decenni a vedere questa ricorrenza accompagnata dal simbolo di un pezzo di puzzle o dal colore blu. Tuttavia, la comunità autistica e il mondo della ricerca hanno compiuto passi da gigante, portandoci verso una comprensione molto più sfaccettata e rispettosa.
Per troppo tempo l’autismo è stato visto attraverso un modello puramente medico, come una patologia da curare o un enigma da risolvere; da qui l’ormai superato simbolo del puzzle, che suggeriva l’idea di una persona incompleta. Oggi ci muoviamo (finalmente) verso il modello sociale della disabilità e il concetto di Neurodiversità.
Ma che cos’è la Neurodiversità?
Il termine è stato coniato dalla sociologa Judy Singer nel 19981. Singer ci ricorda che le variazioni nel funzionamento neurologico umano non sono errori di natura, ma manifestazioni della biodiversità della nostra specie.
Seguendo questa visione, non esistono un cervello “giusto” o uno “standard” rispetto a uno “sbagliato”. Esistono persone neurotipiche (il cui sviluppo neurologico rientra in ciò che la società ha definito come norma) e persone neurodivergenti. Sotto questo ombrello non troviamo solo l’autismo, ma anche l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), la dislessia, la disprassia, la discalculia e la sindrome di Tourette.
Per questo motivo, il simbolo che oggi rappresenta meglio questa consapevolezza è l’infinito arcobaleno: un segno che abbraccia l’intera gamma delle differenze, senza confini e senza pezzi mancanti.

Perché le parole (e le storie) contano
Sconfiggere lo stigma passa inevitabilmente per il linguaggio. Passare dal dire “affetto da autismo” (che implica una sofferenza o una malattia) a “persona autistica” è un atto di autodeterminazione per molti. Ma passa anche, e soprattutto, attraverso la rappresentazione nei media.
Leggere un libro che parla di autismo non serve solo a imparare qualcosa, ma a smantellare i tropi del cinema e della letteratura che per anni ci hanno restituito immagini stereotipate: dal genio asociale privo di empatia alla figura infantile e dipendente.
Per approfondire questo tema, ho scelto quattro titoli – tra narrativa e saggistica – che hanno il merito di offrire una prospettiva autentica sulle vite neurodivergenti. In particolare, i tre romanzi scelti pongono al centro protagoniste autistiche femminili, una rarità preziosa in un panorama editoriale ancora troppo sbilanciato. Attraverso le loro voci, rifuggiamo dai classici cliché per scoprire personaggi complessi, tridimensionali e capaci di raccontare la neurodivergenza con dignità, accuratezza e straordinaria bellezza.
Cercando Phoebe di Gavin Extence: la complessità di una voce autentica
Esistono libri che entrano nella nostra vita in punta di piedi e altri che, con una forza inaspettata, ci prendono per mano e ci obbligano a guardare il mondo da una prospettiva radicalmente nuova. Cercando Phoebe, pubblicato in Italia da Fandango Libri, appartiene a questa seconda categoria, regalandoci una narrazione che profuma di salsedine, di isole remote e di quelle routine che non sono semplici abitudini, ma veri e propri ancoraggi necessari per non perdersi nel rumore del mondo2.
Phoebe, la protagonista, vive in un piccolo villaggio sospeso tra maree prevedibili e silenzi rigeneranti. Ma Phoebe è, innanzitutto, una ragazza che scardina i cliché con cui la narrativa ha spesso messo in scena l’autismo. Non è un genio matematico dai tratti robotici, né un personaggio bidimensionale funzionale solo alla crescita dei comprimari neurotipici. È un’adolescente con un romanzo fantasy nel cassetto, un legame viscerale con il suo border collie Gladys e un piano preciso per sopravvivere alla scuola: restare invisibile. Eppure, la sua esistenza viene travolta quando la sua unica amica, Bethany, la coinvolge in un segreto – una gravidanza inattesa – che non può essere risolto con la logica lineare a cui Phoebe è abituata.

La straordinaria forza del romanzo di Gavin Extence risiede nella capacità di raccontare la neurodivergenza al femminile con una profondità e un’autenticità rare. Per troppo tempo le donne autistiche sono state invisibilizzate, costrette a un costante lavoro di masking3 per aderire a standard sociali che non tengono conto della loro sensorialità o del loro modo di processare gli stimoli. In Phoebe troviamo finalmente una rappresentazione tridimensionale: una ragazza che prova emozioni travolgenti, che vive conflitti etici profondi e che rivendica il proprio diritto di abitare lo spazio pubblico senza dover necessariamente guarire o conformarsi.
Attraverso temi delicati come la libertà di scelta sul proprio corpo, l’amicizia e la scoperta dell’identità sessuale, Extence ci ricorda che la neurodivergenza non è un limite comunicativo, ma una lente differente attraverso cui si osserva il mondo. Cercando Phoebe è, oltre che uno splendido romanzo di formazione, una storia di riscoperta che dimostra come uscire dalla propria zona di comfort non significhi perdersi, ma trovare il coraggio di essere se stessi in un mondo che spesso preferirebbe vederci tutti uguali.
Lo spettro riflesso: Una specie di scintilla e Keedie di Elle McNicoll
Se Cercando Phoebe ci apriva una finestra sulla scoperta di sé, le opere di Elle McNicoll ci scaraventano nel cuore della resistenza quotidiana. In Una specie di scintilla incontriamo Addie, una ragazzina di undici anni che vive in un piccolo villaggio scozzese dove la memoria delle cacce alle streghe del passato è ancora vivida. Addie non vede solo date e nomi nel passato storico del suo villaggio, ma un parallelismo doloroso e lucidissimo tra quelle donne perseguitate perché considerate diverse e il modo in cui lei stessa viene trattata da insegnanti e compagni che non tollerano la sua sensorialità o il suo bisogno di verità.
La sua battaglia per far erigere un memoriale alle streghe di Juniper non è solo un atto di giustizia storica, ma anche un grido di riconoscimento: Addie sta dicendo al mondo che essere differenti non è un crimine da punire, quanto piuttosto un’identità da onorare.
Con l’uscita di Keedie, il cerchio si chiude (o meglio, si espande). In questo prequel, McNicoll sposta il focus sulla sorella maggiore di Addie, regalandoci uno dei ritratti più potenti della sorellanza neurodivergente mai scritti. Keedie è lo scudo di Addie, la sua guida, ma è anche una ragazza che combatte le proprie battaglie contro un sistema scolastico che vorrebbe normalizzarla a tutti i costi.

Ciò che rende questi due libri fondamentali è il modo in cui mostrano le diverse sfumature dell’autismo all’interno dello stesso nucleo familiare. Addie e Keedie sono diverse tra loro tanto quanto lo sono dai loro coetanei neurotipici. Attraverso le loro storie, l’autrice demolisce l’dea che esista un unico modo di essere autistici, mostrandoci invece come il masking – lo sforzo estenuante di apparire normali – possa logorare, e quanto sia vitale trovare il coraggio di lasciar brillare la propria, personalissima, scintilla.
In queste pagine, il racconto delle difficoltà e del bullismo diventa il trampolino di lancio per un discorso molto più ampio, che abbraccia il potere, l’attivismo e una profonda solidarietà tra sorelle. Le storie di Addie e Keedie ci insegnano che la rappresentazione autentica non serve solo a chi si riconosce nelle pagine, ma è necessaria a tutti noi per capire che la divergenza non è qualcosa da tollerare, bensì una parte essenziale e vibrante della ricchezza umana.
Un merito speciale per la forza di queste narrazioni va anche alla casa editrice Uovonero, che si impegna da anni nel rendere la letteratura un territorio realmente inclusivo. Non solo per la scelta coraggiosa di cataloghi che mettono al centro la diversità, ma anche per la cura tecnica delle proprie pubblicazioni: l’utilizzo del font ad alta leggibilità TestMe rende questi libri accessibili a una platea ancora più vasta, dimostrando che l’abbattimento delle barriere non è solo un tema narrativo, ma una pratica quotidiana di rispetto verso ogni lettore.
Neurodivergente di Eleonora Marocchini: una bussola per il cambiamento
Se la narrativa ha il potere di farci sentire cosa significhi abitare un mondo non progettato per noi, la saggistica ci offre gli strumenti per smantellare quel mondo e ricostruirlo in modo più inclusivo. Neurodivergente: Capire e coltivare la diversità dei cervelli umani di Eleonora Marocchini, pubblicato da Edizioni Tlon, è esattamente questo: una bussola necessaria per orientarsi tra i concetti che abbiamo esplorato finora.
In questo saggio, Marocchini si sposta ben oltre la semplice spiegazione clinica di autismo o ADHD, puntando dritto a una decostruzione radicale del concetto di normalità. Attraverso un linguaggio accessibile ma rigoroso, l’autrice ci accompagna nel passaggio dal modello medico – che vede la divergenza come un malfunzionamento da correggere – al modello sociale, che riconosce come la disabilità nasca spesso dall’incontro tra una caratteristica individuale e un ambiente che non sa accoglierla.

Il libro è un invito a coltivare la diversità dei cervelli umani come una risorsa preziosa, proprio come facciamo con la biodiversità in natura. È qui che troviamo le risposte teoriche a molti dei vissuti di Phoebe o Addie: perché il masking è così estenuante? Perché il linguaggio che usiamo può essere uno strumento di liberazione o di oppressione? Perché abbiamo bisogno di una società che non si limiti a tollerare la differenza, ma che impari finalmente a progettarla?
Leggere questo saggio dopo aver incontrato le protagoniste dei romanzi citati permette di chiudere il cerchio. Ci aiuta a capire che la neurodivergenza non è un problema da risolvere, ma una delle tante, magnifiche sfaccettature dell’esperienza umana. È il libro ideale per chi, dopo aver chiuso l’ultima pagina di un romanzo, sente il bisogno di passare all’azione e diventare un alleato consapevole nel percorso verso una vera inclusione.
Leggere per (dis)imparare: la letteratura come atto di cura
Celebrare la Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo non può e non deve esaurirsi nello spazio di ventiquattr’ore o nel colore di un’icona sui social. La vera consapevolezza è un esercizio quotidiano di ascolto, un impegno a decostruire i pregiudizi che abbiamo ereditato e a fare spazio a narrazioni che non avevamo mai considerato.
Attraverso le storie di Phoebe, Addie e Keedie, e grazie alla bussola teorica offerta da Eleonora Marocchini, spero che possiate trovare non solo dei consigli di lettura, ma nuovi occhi per guardare chi vi circonda. La letteratura ha questo potere immenso: ci permette di abitare temporaneamente un’altra mente, di sentire il peso di un rumore eccessivo o il sollievo di una routine perfetta, insegnandoci che la diversità non è un ostacolo alla comunicazione, ma una sua sfumatura più complessa e vibrante.
Smettere di cercare il “pezzo mancante” e iniziare a guardare l’infinito arcobaleno significa riconoscere che la neurodivergenza è parte integrante del tessuto umano. Non abbiamo bisogno di curare la diversità, ma di curare l’ambiente affinché possa accoglierla.
Vi aspetto nei commenti per sapere se conoscevate già questi titoli, se ne avete altri da suggerire o se, semplicemente, volete condividere una riflessione. Perché ogni storia che leggiamo è un passo in più verso un mondo dove nessuno debba più nascondere la propria, straordinaria, scintilla.
Lara
- All’interno della sua tesi di laurea Odd People In (1998), poi approfondita nel volume NeuroDiversity: The Birth of an Idea (2017). ↩︎
- Vi ho parlato di Phoebe anche in un articolo di qualche tempo fa. ↩︎
- Il masking (o camuffamento sociale) è una strategia di adattamento, spesso inconscia, messa in atto da molte persone autistiche – in particolare donne e persone assegnate femmine alla nascita – per nascondere i propri tratti neurodivergenti e apparire neurotipiche. Consiste nell’imitare gesti, espressioni facciali e modi di fare altrui per “fondersi” con l’ambiente circostante e prevenire giudizi, bullismo o esclusione. Sebbene possa sembrare uno strumento utile, il masking ha un costo altissimo in termini di salute mentale: è una delle principali cause di burnout autistico e di diagnosi tardive, poiché l’energia spesa per recitare una parte esaurisce le risorse cognitive ed emotive della persona. ↩︎







Scrivi una risposta a elyas Cancella risposta